Vitamina D, le raccomandazioni dell’Associazione medici endocrinologi

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Vitamina D, le raccomandazioni dell’Associazione medici endocrinologi

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Già disponibile in Italia una nuova opzione di trattamento a base di un anticorpo monoclonale, mepolizumab, in grado di venire in aiuto dei pazienti asmatici affetti da una forma grave.

La vitamina D è realmente una panacea? Protegge da diabete e cancro? Quanto sono importanti i suoi livelli circolanti nella popolazione? I preparati di vitamina D sono tutti uguali? Si può scegliere qualsiasi prodotto con vitamina D e somministrarlo in maniera equivalente? A fare chiarezza sull’argomento sono le linee guida sul corretto approccio al trattamento del deficit di Vitamina D, messo a punto da un gruppo di esperti dell’Associazione medici endocrinologi (AME) e pubblicato su Nutrients.

La Vitamina D svolge funzioni importanti per la salute delle ossa aiutando l’organismo ad assorbire il calcio e a prevenire malattie ossee come l’osteoporosi e il rachitismo. L’eventuale carenza di vitamina D si valuta con il suo dosaggio nel sangue, che viene così interpretato con qualche variazione in base al laboratorio che l’effettua e le raccomandazioni delle differenti società mediche:

carenza <10 ng/mL
insufficienza: 10-30 ng/mL 
sufficienza: 30-100 ng/mL 
tossicità: >100 ng/mL.

«I valori di vitamina D attualmente adottati prevedono che i soggetti con un valore inferiore a 30 ng/dl possano essere dichiarati affetti da insufficienza di vitamina D», spiega l’endocrinologo Roberto Cesareo dell’Ospedale S.M. Goretti a Latina e primo autore del documento. «A nostro avviso tale limite andrebbe rivalutato in quanto troppo alto, soprattutto in assenza di forti evidenze scientifiche. L’adozione di tali livelli costituisce uno dei motivi per cui si finisce per dichiarare “carenti di Vitamina D” tanti soggetti che poi probabilmente non lo sono. Nella consensus abbiamo ritenuto più opportuno definire ridotti i valori di Vitamina D sotto i 20 ng/dL.

Una differenza apparentemente banale, ma una buona parte dei soggetti dichiarati “carenti di Vitamina D” cadono proprio in questa forbice tra i 20 ed i 30 ng/dL comportando così un’incongrua prescrizione di tale molecola. Al contrario è corretto che soggetti osteoporotici o pazienti che assumono già farmaci per la cura dell’osteoporosi, così come altre categorie di soggetti significativamente più a rischio di carenza di vitamina D, abbiano valori di vitamina D superiori ai 30 ng/dL e quindi vadano trattati».

In caso di carenza di vitamina D associata ad altre malattie diverse dall’osteomalacia e dall’osteoporosi (per esempio diabete mellito, alcune sindromi neurologiche, alcuni tipi di tumori) non è dato sapere quali siano i dosaggi corretti di Vitamina D utili per ridurre l’incidenza di tali patologie correlate. «Riteniamo sia giusto riportare questo dato – sottolinea l’esperto – in quanto far passare il messaggio che la vitamina D sia l’elisir di lunga vita, oltre che scorretto in quanto privo di evidenze scientifiche forti, rischia di essere oggetto di iper prescrizione incongrua con il rischio di assumere tale molecola senza reali benefici».

«La prevenzione dell'ipovitaminosi D – avverte Fabio Vescini, della Struttura organizzativa complessa di Endocrinologia e malattie del metabolismo dell’Azienda ospedaliero-universitaria Santa Maria della Misericordia di Udine – passa attraverso uno stile di vita corretto, caratterizzato da un'adeguata esposizione alla luce del sole e da una dieta bilanciata. Va sottolineato, però, che con l'invecchiamento l'efficienza dei meccanismi biosintetici cutanei tende a ridursi per cui è più difficile per le persone anziane produrre adeguate quantità di Vitamina D con l'esposizione al sole. Quindi, nei pazienti con osteomalacia o osteoporosi, negli anziani più a rischio di cadute, nei soggetti che non possono esporsi adeguatamente alla luce solare, il trattamento con l’integrazione di vitamina D va considerato. Una valida alternativa potrebbero essere le politiche di "fortificazione" dei cibi con vitamina D, come avviene nei paesi scandinavi dove la radiazione solare è naturalmente meno ricca di raggi UVB».

Anche nel nostro paese, “definito il paese del sole”, per lunghi periodi dell’anno (autunno-inverno) la luce solare non contiene una radiazione UVB sufficiente a far produrre vitamina D nella cute. Un fenomeno che paradossalmente si può verificare anche in estate, in quanto l’opportuna applicazione di creme con filtri solari riduce la penetrazione dei raggi solari nella cute con conseguenze sulla biosintesi di vitamina D. Purtroppo, non esiste una "raccomandazione" sul periodo migliore per eseguire il dosaggio di vitamina D plasmatica. Un basso valore rilevato in autunno è segno che le scorte di vitamina D non sono state colmate nell'estate appena trascorsa con il rischio di registrare in primavera una severa ipovitaminosi D.

«È necessario anche sapere – aggiunge Cesareo – che le molecole di vitamina D non sono tutte uguali: la forma inattiva di più comune utilizzo è il colecalciferolo. Tale molecola, prescritta in genere sotto forma di gocce o flaconcini da assumere giornalmente, con una somministrazione mono-settimanale o a più lunga scadenza (mensile o bimensile) viene successivamente attivata in sede prima epatica e poi renale, così da espletare i suoi effetti finalizzati al corretto assorbimento di calcio a livello intestinale e al controllo del metabolismo fosfocalcico in sede ossea. Ma esistono altre molecole già parzialmente o del tutto attive, come il calcifediolo, che non richiedono attivazione epatica sono meno “liposolubili” del colecalciferolo (cioè permangono meno nel tessuto adiposo).

Entrambe le molecole, se prescritte appropriatamente e a dosi corrette, non alterano i livelli di calcio nel sangue e/o nelle urine. Per questo il calcifediolo può essere maggiormente utilizzato nei pazienti con patologie epatiche di un certo rilievo e nei soggetti obesi carenti di vitamina D o in coloro che sono affetti da problemi di malassorbimento intestinale. Anche il calcifediolo viene prescritto in gocce o in capsule molli in prescrizioni giornaliere, settimanali o mensili. Il colecalciferolo, invece, trova la sua indicazione principe nei pazienti con osteoporosi e/o che assumono farmaci per la cura di tale patologia».

Molto più limitato, invece, è l’impiego di molecole già attive di vitamina D in soggetti con insufficienza renale o deficit di ormone paratiroideo, soprattutto dopo intervento a tiroide e paratiroidi in quanto, rispetto alle molecole tradizionali, espongono il paziente a un maggior rischio di ipercalcemia e aumentati livelli di calcio nelle urine (ipercalciuria).